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Counseling

lettera aperta ai giovani psicologi

Cari colleghi,

mi rivolgo soprattutto ai giovani psicologi, giustamente preoccupati per il fatto che dopo la laurea hanno notevoli difficoltà a trovare un lavoro adeguato alle proprie aspettative, mi sono sentito in dovere di intervenire per dare un punto di vista diverso da quello che sembra emergere da una parte del consiglio dell'Ordine della Lombardia ed espresso nella lettera "Carta Etica, un chiaro “no” alle linee guida ad personam".

Il problema sembra derivare dal fatto che diversi psicologi formano non psicologi e che numerose scuole divulgano (e questo sarebbe non etico) conoscenze psicologiche agli operatori delle professioni d'aiuto, i quali impadronendosi di un sapere non loro (?), ruberebbero il lavoro agli psicologi. Ma proviamo ad andare con ordine e vedere un po' cosa sta succedendo in realtà.

Prima di tutto bisognerebbe dire che finché non ci saranno cambiamenti radicali nell'università italiana i neo laureati di qualsiasi facoltà non sono in grado di operare, da subito, nel mondo del lavoro.

Mettiamoci su questo il cuore in pace: dopo la laurea serve per qualsiasi disciplina un apprendistato o un praticantato piuttosto lungo, oppure un'ulteriore specializzazione.Come per diventare psicoterapeuti, tanto per intenderci, o selezionatori, o medici, o architetti. I giovani psicologi sanno bene che la loro preparazione, così com'è stata la nostra quarant'anni fa, è molto parziale, a volte, nonostante i molti bravi docenti, risulta per lo più nozionistica, schematica e per giunta spesso obsoleta. Dunque poco applicabile.

Come tantissime altre laureee, anche quella in psicologia, così com'è, non mette certo in grado di esercitare una seria professione d'aiuto.Fornisce una conoscenza specialistica, abilita a fare delle diagnosi, insegna a somministrare dei test e a dare una restituzione. E allora che fanno gli psicologi nei primi anni dopo la laurea? Cercano corsi di tutti i tipi. Raccolgono un po' di competenze facendo stages e volontariato, a volte si inventano aperitivi psicologici o offerte speciali a dieci euro a colloquio, tanto per fare un po' di esperienza. Fanno seminari di tutti i generi, workshops a tema, corsi e corsettini spesso accavallando "costellazioni" e galassie varie di conoscenze sparse. Disperdendo in mille rivoli la loro formazione, peraltro auto gestita, non supervisionata e non verificata.

I più arditi ed economicamente coraggiosi si iscrivono alle scuole di psicoterapia, certo lunghe e costose, ma almeno con una buona prospettiva, fino a qualche anno fa, di acquisire una professione protetta e sicura. D'altra parte sta emergendo negli ultimi anni una richiesta che gli psicologi non solo non intercettano, ma che, per di più, con la formazione universitaria che si ritrovano, non riuscirebbero comunque a soddisfare con competenza. Mi spiace, ma anche questa è una cattiva notizia, che però i neo laureati con un minimo di consapevolezza conoscono già, e cioè che i laureati in psicologia non hanno la formazione per rispondere a una domanda d'aiuto sì numericamente crescente, ma anche qualitativamente esigente. Si tratta in genere di un aiuto temporaneo, che deve essere poco costoso, circoscritto, immediato e fortemente orientato su obiettivi specifici. A volte si ha bisogno solo di supporto, altre di ascolto, altre ancora di capirci qualcosa per sapere dove andare e che "cura" cercare.

E' qui che arrivano i counselor o i coach, oppure i consulenti filosofici, o anche altre professioni d'aiuto similari o ibride, come sono del resto anche i sacerdoti di tutte le confessioni, per non parlare di maghi e affini. Questa è l'area di lavoro che, se gli psicologi vorranno, potrà diventare uno sbocco professionale serio. Naturalmente se accetteranno con umiltà di imparare ancora e di mettersi in gioco assieme a colleghi provenienti anche da altre facoltà che hanno tutto il diritto di svolgere professioni d'aiuto non psicoterapeutiche.Del resto, come gli altri, anche i neo laureati in psicologia, come dicevo, per essere in grado di dare una risposta competente e responsabile a questa domanda, hanno bisogno di una specializzazione. Vediamo di cosa si tratta.

Hanno bisogno di imparare metodologie e tecniche adeguate a tenere vari tipi di colloquio, a seconda della richiesta, a volte urgenti, altre diluite nel tempo. Hanno bisogno di fare un percorso di psicoterapia che gli consenta di raggiungere un buon livello di consapevolezza e un equilibrio personale necessario a non confondere le proprie dinamiche interne con quelle dei clienti. Hanno bisogno di essere seguiti da insegnanti già competenti e con anni di esperienza, di essere osservati nel tempo e aiutati a migliorarsi lungo la strada. Hanno bisogno di esercitarsi, di essere supervisionati in laboratori e tirocini, di essere anche valutati man mano e poi orientati e supportati a superare le difficoltà che tutti incontrano in queste professioni così coinvolgenti, emozionanti e, non dimentichiamolo, a contatto con tutto il dolore del mondo.

Non è un iter formativo diverso da quello degli psicoterapeuti, è chiaro no? Solo un anno più breve. E questa è la formazione al counseling erogata dalle scuole triennali più prestigiose. Altro che formazione "rapida, pratica e poco impegnativa" come viene definita da certi Psicologi che cercano di screditare le altre professioni. Gli psicoterapeuti hanno ovviamente da confrontarsi con un livello di "gravità" superiore e dunque con tecniche e metodologie più articolate e regressive, ma per il resto la formazione è quella lì.

Tre anni per i counselor, quattro/cinque per gli psicoterapeuti.

Due specializzazioni per due professioni d'aiuto che sono diverse (pur tenendo conto della labilità di questi confini) per la gravità della condizione psicologica dell'utenza, e dunque per la durata della cura e le tecniche da utilizzare. Mi sembra ben ovvio, dunque, che questi corsi siano oggi, in molti casi, emanazione di centri che hanno anche scuole di psicoterapia riconosciute dal MIUR. Che abbiano fra gli insegnanti psicologi e psicoterapeuti è una garanzia di serietà, ovviamente, e di esperienza documentata, di anni e anni. Altro che attività non etica.

Che poi ad intraprendere questi corsi di specializzazione post lauream ci siano laureati in diverse facoltà e persone che da anni esercitano, più o meno in modo volontario, delle professioni d'aiuto mi sembra inevitabile. Gli psicologi saranno sempre psicologi (oltre che counselor e così i medici e potranno sempre scegliere se diventare psicoterapeuti oppure no. La bella notizia è che esistono già diverse scuole in tutta Italia che da oltre dieci anni funzionano così e formano psicologi, medici, selezionatori, consulenti aziendali, formatori, educatori, assistenti sociali, responsabili di comunità, volontari ecc. ecc. Naturalmente non nego che esistano iniziative che offrono corsi brevi di counseling e spolverate di tecniche di analisi del problema, ma se fosse solo per questo allora l'Ordine potrebbe creare una Carta Etica proprio anche per le scuole di counseling in modo da pubblicizzare quelle triennali raccomandate o accreditate dalle associazioni, indicandole agli psicologi interessati.

Invito per questo i giovani psicologi a visitare il sito di Assocounseling, non dico quello del Centro Berne dove lavoro io, per conoscere dal vero la realtà e farsi un'idea della serietà di questa professione emergente. O di andare a vedere quello che pensa un'altra associazione degli psicologi italiani, il MOPI, che non solo non osteggia l'insegnamento della psicologia ai non psicologi, ma la favorisce. Presto gli ordini non ci saranno più, le norme europee li hanno superati, e dunque per qualsiasi professionista l'unico supporto e l'unica protezione (ma non vi sembra più giusto così?) sarà la professionalità, l'esperienza sul campo, le pubblicazioni, le specializzazioni, le supervisioni e l'aggiornamento professionale, i certificati e il controllo delle Associazioni di Categoria, così com’è in tutta Europa. Non è il privilegio dell'iscrizione al un Ordine a dare lavoro, tanto meno lo dà il semplice titolo di psicologo, che, come forse sapete, è spesso vissuto nella società civile e soprattutto nelle organizzazioni aziendali, come il professionista del verdetto e della diagnosi. Counselor, coach, consulenti, pedagogisti, mediatori familiari, educatori, personal trainer (?), formatori, consulenti filosofici e chi più ne ha più ne metta, stanno cercando di intercettare, chi meglio e chi peggio, una domanda di aiuto che rischia di trovare proprio gli psicologi meno preparati. Gli steccati non sono mai serviti a difendere nessuno dall'invasione dei barbari. Bisogna essere più bravi, tutto qua, e alzare il livello di specializzazione. Come in tutte le professioni.

Gli psicologi possono scegliere se una professione d'aiuto integrata nel sociale, di supporto e primo intervento, una professione che si prende cura e orienta al benessere oppure una professione curativa, che si occupa di nevrosi e patologia. E' possibile pensare che per la prima basti una laurea presa in una facoltà come quella italiana senza alcuna specializzazione? Aggiungo solo che partecipando a un corso triennale di counseling ci si trova assieme a persone che lavorano da anni nel campo delle professioni d'aiuto, persone con un lavoro in ospedale, centri di riabilitazione, comunità, associazioni di volontariato, aziende, istituti di recupero, un lavoro che gli piace così tanto da volerlo fare sempre meglio e a cui non rinuncerebbero per nulla al mondo.

Non a tutti loro interessa diventare counselor professionista e infatti, dopo il corso, alcuni continuano a fare quello che hanno sempre fatto, mente altri svolgono a diverso grado la professione di counselor, ma allora devono essere iscritti alle associazioni e partecipare alle rigorose attività di aggiornamento e supervisione. Sono persone stupende che hanno a loro volta moltissimo da insegnare ad un giovane laureato e, forse chissà, anche qualcosa di concreto da offrire.

Un caro saluto, e, come dice Steve Jobs "siate affamati e siate folli"