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Biografia

Ci sono diversi elementi nella mia vita che vorrei si sapessero, anche se non è facile selezionarli e mostrarli così apertamente, oggi, a tutti. D'altra parte non voglio nemmeno inserire qui un curriculum burocratico che sarebbe di sicuro troppo impersonale. Preferisco dunque fare un po' di storia e vediamo come va.

Prevalentemente il mio tempo di lavoro è dedicato oggi alla psicoterapia e a tutto quello che le concerne, certamente è questo il lavoro della mia vita, quello a cui sono arrivato con molte difficoltà e diverse vicissitudini, un’attività insperata un tempo, nemmeno immaginata possibile per me, anche una sorpresa, ma che ora so essere proprio il lavoro che fa per me.

Mi piace moltissimo, e a parte la fatica, è sempre con grande gioia, entusiasmo e curiosità che comincio la mattina. Non per caso ho scritto “Il piacere di lavorare”.

E’ stata una sorpresa, dicevo, perché mi ero laureato in sociologia e la prima attività lavorativa era stata in quella che considero oggi la mia prigione dorata: la GS supermercati. Non mi dilungo, ma forse si può capire che uscendo da una facoltà come sociologia durante gli anni del 68 e finire e occuparmi di relazioni industriali e fare la controparte (letteralmente) del sindacato era per me finire come il bianco imprigionato fin da bambino nell’accampamento degli indiani Navajo. Nessuna possibilità di andarsene e doverosa accettazione incondizionata della cultura dei pellerossa.

Eppure non nascondevo né i miei valori né le mie capacità, erano anni in cui fiorivano nella grande distribuzione i primi e pionieristici programmi di democratizzazione gestionale, di nuove relazioni industriali rispettose del ruolo del sindacato, di ricerca di una leadership partecipativa ecc.

Allora prendevo parte a importanti iniziative sperimentali come la promiscuità delle mansioni, il Total Quality System, gruppi di discussione e miglioramento del personale, ecc. La formazione, gli assessment center, le interviste di gruppo al personale erano agli inizi e, grazie anche a un board a suo modo illuminato, ho partecipato da protagonista a un fervore di rinnovamento che si potrebbe chiamare di valorizzazione delle “risorse umane”. Già le “risorse umane” un termine che oggi rifiuto, ma che allora, per allora, voleva dire che le organizzazioni cominciavano a tener conto del fattore umano. Pensa un po’ che rivoluzione!

Eravamo nel 1975 quando assunsero un sociologo di Trento (erano ben coraggiosi) per valorizzare il rapporto azienda /sindacato.

Lavoravo bene e poi, con la “scoperta” della formazione e dell’Analisi Transazionale mi ritrovai a fare il docente di comportamento organizzativo. Il bianco nell’accampamento dei pellerossa si era integrato bene, sapeva cavalcare a pelo e cacciare in silenzio, riconoscere l’autorità e fare gruppo con altri guerrieri che stimava, si vestiva anche come loro, eppure non aveva mai rinunciato alla speranza di andarsene e tornare dai “suoi”.

Quando incontrai il Centro Berne e il mestiere di psicoterapeuta gli occhi mi brillarono anche se ormai da quell’accampamento potevo andarmene quando volevo, in dieci anni ero diventato un ottimo formatore e pure, senza rendermene conto, piuttosto ambito dalle altre tribù.

I pellerossa volevano farmi direttore, il “Capo bianco di una tribù Navajo” tipo Tex Willer, per intenderci, mi offrivano soldi, carriera , cavalli e un territorio tutto per me, ma io ormai ero alle soglie di quella che consideravo … la libertà e forse anche il ritorno fra i “miei”, che per tutti quei dieci anni mai avevo dimenticato.

E così ho dato le dimissioni dall’azienda e sono diventato socio di una piccola società di consulenza, Sistemica, che allora era condotta da due maestri della formazione, niente male come “posizionamento”, ho girato per tre anni l’Italia a fare docenze importanti (naturalmente la GS con cui mantenni per anni ottimi rapporti, e poi Alitalia, Farmitalia Carlo Erba, Diverse banche, svariate compagnie di Assicurazioni, Nielsen, ecc.), ma soprattutto potevo fare lo psicoterapeuta due o tre giorni alla settimana e cominciare a fare sul serio.

Quando il centro Berne mi propose di diventare socio e di lavorare lì, non aspettavo altro, ero fra i miei maestri e facevo quello che avevo scoperto essere la mia strada, dopo 13 anni dalla laurea. Lo racconto spesso oggi ai ragazzi che immaginano di dover trovare il lavoro della loro vita appena finiti gli studi, oggi, può essere anche più difficile, ma non bisogna mai dimenticare il sogno e ciò per cui ci si ritiene tagliati.

Il resto è venuto semplicemente, quasi senza volere: il ruolo al centro Berne, diventare collega dei maestri, le specializzazioni in Gestalt e Bioenergetica, la terapia di gruppo, una metodologia nuova per le maratone più volte modificata fino a quella con biodanza, i nuovi maestri, i convegni, gli articoli per Neopsiche e AT la meditazione e la sua applicazione con i pazienti, la nuova metodologia di terapia di coppia, i libri, i nuovi seminari, i workshop sull’amicizia, sull’ombra, sul piacere di lavorare, sulle relazioni affettive, la scrittura di sé. E poi la nascita del corso di counseling che ho progettato e coordinato dalla sua nascita fino ad ora, in undici edizioni, sempre in crescita e sempre in rinnovamento. E poi il cineforum e il CIRCO, Circolo Ricreativo Counselor. Di tutte queste iniziative si possono trovare i programmi visitando il sito www.berne.it.

E allo stesso tempo la formazione al Corso di Specializzazione per Psicoterapeuti, un impegno da vecchio artigiano per i ragazzi che vengono a bottega per imparare il mestiere. Adesso molti di loro sono colleghi e lavorano al Centro, a loro ho potuto dare ciò che è stato dato a me, ma forse, e me lo auguro, tenendo conto anche della mia storia e delle mie stesse difficoltà. Con gli allievi una considerazione mi ha sempre guidato: un giovane deve sempre conoscere le sue capacità attuali, le sue aree di miglioramento, sapere se ha la stoffa insomma, ma anche i suoi limiti. Bisogna essere chiari nei feedback a costo di risultare spiacevoli con qualcuno ed entusiasti con altri. In un clima di OKness, di reciproca accettazione, è importante accogliere tutti con fiducia e ottimismo, ma siamo fra adulti, non bisogna mai nascondere le perplessità e le difficoltà come, del resto, le certezze.

Noi formiamo psicoterapeuti (ma questo riguarda anche i counselor) gente particolare che deve sapersi muovere fra accoglienza e osservazione di limiti e problematicità, fra ottimismo e realismo, tutto si può discutere e modificare nel tempo, ma ciascun docente deve prendersi sempre la responsabilità delle proprie opinioni. E’ lì anche per quello. E’ incredibile quanto è stato veloce il passaggio e diventare a mia volta il vecchio docente, non ero pronto a sentirmi dare del lei.

In pochi anni, al centro, siamo passati da 8 a 16 psicoterapeuti, abbiamo prima cambiato luogo passando dalla gloriosa, storica, ma un po’ buia e stretta sede di Via Bandello, a quella ampia luminosa e ariosa di Piazza Vesuvio, e poi, miracolo di preveggenza e coraggio, abbiamo preso in affitto anche tutto il seminterrato. Finalmente una stanza ampia abbastanza per il cineforum, i gruppi oltre le 20 persone, le maratone perfino, e poi altre due stanze per la formazione e due per i le psicoterapie di gruppo.

Finalmente soprattutto, tanto spazio per i nuovi colleghi. Già perché nel frattempo noi “vecchi” non riuscivamo più a far fronte alle richieste di terapia e ci dispiaceva tantissimo non inviarli ai terapeuti più bravi che conoscevamo … quelli formati con noi.

Al centro oggi a turno ciascuno approfondisce delle tematiche e le presenta ai colleghi, i docenti si confrontano sulle aree formative più importanti, facciamo supervisione fra di noi e con Alberto Torre, molti fanno seminari all’esterno e corsi con altri indirizzi e ne relazionano ai colleghi, è un’autoformazione continua insomma. Ne abbiamo da essere fieri, credo, perché stiamo realizzando, pur con ovvie difficoltà e contraddizioni, proprio quello che crediamo sia l’ideale per un luogo di lavoro. E poi siamo simpatici, disponibili, generosi e, bisogna pur dirlo, bravi.

Per tornare a me devo anche dire che negli ultimi anni è rifiorita la mia passione per il mondo del lavoro. Un po’ per responsabilità del counseling (che si attua moltissimo nelle organizzazioni) un po’ per alcuni recenti insegnamenti che hanno avuto un ottimo utilizzo da parte di aziende e società di consulenza, un po’ per alcuni incontri professionali e non, alla fine sono di nuovo molto impegnato in consulenze e conferenze.

L’Istud, per esempio mi ha chiamato per un convegno “La salute nelle organizzazioni” e poi mi ha proposto alcuni interventi in Medtronic e Johnson & Johnson dove ho proposto due versioni di un intervento su “Attivare e valorizzare persone” e una lezione sul conflitto per un Master rivolto agli ematologi. Così come MIDA mi ha più volte chiesto collaborazioni e supervisioni per propri interventi aziendali. Qui riporto alcune slides che ho illustrato in quelle occasioni, ma rimando alla pagina sulla consulenza per il lavoro per le altre attività.

Poi c’è il cinema, una vecchia passione nata quando da piccolino mio papà dirigeva una sala parrocchiale. Sulla canna della bicicletta andavo con lui a prendere i manifesti dei film che poi aiutavo ad attaccare. Vedere anche un film a settimana era in quegli anni ’50 un privilegio e un’occasione di conoscenza incredibile per un ragazzino: ricordo i primi terrori con la fantascienza de “l’astronave atomica del dottor Quatermass” che non mi fece dormire per molte notti e poi le avventure fra indiani e cowboys a cui tutti noi ragazzi partecipavamo urlando e incitando a seconda del caso, o forse già ciascuno seguendo il proprio copione, in favore dei buoni o dei cattivi. Ricordo “Via col vento” che credevo un film di guerra e invece si sbaciucchiavano in continuazione o “I dieci comandamenti” che non finiva mai.

A parte il cineforum del centro Berne qualche anno fa per realizzare la mia passione scrivevo delle recensioni che inviavo ad amici e parenti, per segnalare dei film che mi erano particolarmente piaciuti. Fra questi c’era “La prima cosa bella” una sceneggiatura piena di implicazioni psicologiche interessanti che, se pure passano spesso inosservate al cinema, certamente il regista Paolo Virzì sapeva benissimo di voler collocare. Avevo mandato la recensione anche a Fabrizio Donvito, che ne era il produttore esecutivo con la sua Indiana film e che mi aveva invitato alla prima milanese. Lui l’ha mandata a Virzì che l’ha mandata a Medusa, che ha mandato il suo Amm. Delegato per i video, Luciana Migliavacca, a intervistarmi. E’ cominciata così.

Poi è toccato a un altro film bellissimo “L’uomo fiammifero”, pluripremiata storia per ragazzi, molto intensa e coinvolgente. E’ venuto dall’Abruzzo il regista Marco Chiarini con il suo operatore e abbiamo pensato di fare per il film delle “istruzioni per l’uso”. In effetti un film così impegnativo che parla di solitudine, della morte della mamma, di adolescenza, di amici inventati e mondo dell’infanzia che se ne va, ha proprio bisogno di essere visto dai ragazzi assieme ai genitori. In questo modo il film può diventare un momento di intimità e di verità, di comunicazione e di conoscenza fra genitori e figli. Speriamo lo vedano in tanti e che anche guardino l’intervista prima.

In ogni caso visivamente e drammaturgicamente il film è meraviglioso e Marco un “ragazzo” adorabile e sensibile. Poi sono venuti gli “Immaturi” 1 e 2. Anche questi film non devono essere sottovalutati dal punto di vista dei contenuti, fanno sì sorridere e la buttano un po’ in burla, ma in entrambi i casi trattano di temi interessanti. Il primo l’ho fatto anche vedere al cineforum e il dibattito che ha suscitato è stato veramente utile per affrontare temi relativi alla maturità.

“Che cos’è la maturità?” non è infatti una domanda facile, ma certo è anche importante provare a dare qualche stimolo di riflessione e qualche risposta che possa essere anche d’aiuto a chi vi si trova in mezzo o perché ne sta vivendo le contraddizioni o perché ha, per ruolo professionale, un onere educativo o psicoterapeutico. Ecco sia nelle interviste riportate nei contenuti speciali del film che nella registrazione del dibattito al cineforum qui ho cercato di approfondirne i temi e, pure con leggerezza data la cifra dei film, mandare qualche messaggio utile e confortante. Comunque anche in questo caso la sceneggiatura di Paolo Genovese mostra sotto traccia molta più sapienza sul tema di quanto possa apparire se ci si lascia andare solo ad una visione superficiale. Tanto per dire che talvolta sono più superficiali gli occhi di chi guarda che la visione che si ha davanti.

Mi sembra che questa biografia stia veramente diventando troppo lunga, meglio che mi fermi qui anche perchè il resto, prima o poi, apparirà anche in questo stesso sito.