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I miei libri

La Forza del Destino

itinerari del cambiamento umano in due poesie, nove racconti, due lettere e qualche riflessione - Dinosauro Editore, Napoli 2000.

E’ il mio primo libro, pubblicato nel 2000, è stato la conseguenza di una gran bella idea.
A rileggerlo oggi resta un lavoro molto interessante e utile per capire cos’è veramente la psicoterapia. Un libro da regalare a chi ha pregiudizi o illusioni. E’ stato una delle prime pubblicazioni dell’AIAT, gloriosa , anche per questo, l’Associazione Italiana degli Analisti Transazionali.

E’ esaurito, ma delle copie sono disponibili presso il centro Berne, le regalo purché il libro venga letto e fatto girare, venite a prenderlo, nel pomeriggio la nostra segreteria è aperta. L’introduzione e la conclusione sono affidate a due poesie di Emily Dickinson che qui riporto, danno il senso anche poetico del lavoro di uno psicoterapeuta. Poi c’è la post fazione con le mie riflessioni sul senso del libro e la sua ragion d’essere, mi sono sembrate oggi attuali come allora e forse anche utili per i giovani colleghi che cominciano ora.

fiorire - è il fine - chi passa un fiore
con uno sguardo distratto
stenterà a sospettare
le minime circostanze
coinvolte in quel luminoso fenomeno
costruito in modo così intricato
poi offerto come una farfalla
al mezzogiorno
colmare il bocciolo - combattere il verme -
ottenere quanta rugiada gli spetta -
regolare il calore - eludere il vento -
sfuggire all’ape ladruncola -
non deludere la natura grande
che l’attende proprio quel giorno -
essere un fiore, è profonda
responsabilità

Emily Dickinson

quando la notte è quasi compiuta
e l’alba così vicina
che possiamo toccare gli spazi
è tempo di ravviarsi i capelli

e preparare le fossette del riso
e stupirsi di aver dato peso
alla vecchia mezzanotte svanita
che c’impaurì solo un’ora

Emily Dickinson

 

La postfazione

Questa antologia di ” racconti “ è nata da una insoddisfazione.

Quasi una ribellione a come il processo terapeutico viene normalmente percepito dalle persone comuni. Continuamente mi trovo a dover correggere impressioni distorte, dicerie, leggende metropolitane, un insieme di informazioni agglomerate soggettivamente, seguendo certo dei propri filtri emozionali, ma anche frutto di modalità divulgative carenti e inefficaci.

Sarebbe interessante chiedersi come mai c’è così poca trasparenza in quello che facciamo, come mai proprio per noi terapeuti si verifica una tale difficoltà a esplicitare. E’ solo riservatezza protettiva per il paziente?

L’informazione sulla psicoterapia, in effetti, segue due canali quasi sempre indipendenti. Da una parte ciò che emerge da convegni e seminari specialistici, dotti e spesso involuti, dove il linguaggio è costruito per un uso interno e i cui contenuti si esplicitano in saggi e manuali necessariamente rivolti agli addetti ai lavori. Qui si fa la teoria, e di certo poco arriva al pubblico se non qualche curioso e allarmante titolo di giornale per l’ennesimo dibattito sull’analisi terminabile o interminabile.

Dall’altra ci sono giornalisti, scrittori, artisti, attori, intellettuali a volte, persone che fanno spettacolo, per loro è tutta psicoanalisi. Psichiatria e psicoterapia si confondono, e tutto serve a far lettori e audience, spingendo sul facile acceleratore delle curiosità sessuali e più recentemente sui drammi familiari, lacrime comprese, in prima serata.

Il mondo complesso e variegato delle psicoanalisi e delle psicoterapie viene percepito per lo più come una chiacchiera da salotto, un passatempo elitario per annoiati da chissà quale mal di vivere, certo molto misterioso e ben nascosto nei meandri dell’anima.Qualche bel tentativo di divulgazione ogni tanto arriva, e tuttavia mi pare venga letto ancora da altri specialisti, anche se, almeno per una volta, finalmente rilassati e grati per una lettura fluente e comprensibile. Quello che soprattutto va perduto dell’incontro terapeuta paziente mi sembra la drammaticità della vita reale, la vitalità che hanno il dolore e la sofferenza e poi la sorpresa del cambiamento, la straordinaria umanità del percorso fatto insieme, il contatto affettivo, e poi la scoperta, la gioia. I pianti, le rabbie e poi i baci e gli abbracci!

Le astrazioni, lo studio dei casi, le concettualizzazioni rendono tutto così piatto, impersonale e freddo come se chi stesse descrivendo la terapia fosse una persona diversa da quella che la fa e si occupa concretamente della sofferenza umana.

Penso a tutti i miei pazienti, e a quelli dei miei colleghi, e li vedo arrivare incerti, spaventati, ma con una grande decisione già presa: “ non voglio più soffrire “. Penso all’affetto che mi suscitano man mano che li conosco e a come le prime impressioni si integrano di dati, di informazioni e soprattutto di emozioni.

Mi fanno entrare nel loro mondo personale dove le loro ansie e le loro angosce diventano, per me e per loro, sempre più chiaramente una storia, il copione di un film già predisposto prima ancora che nascessero, una sceneggiatura con nomi e cognomi, con persone vere, in luoghi veri. Una storia già diventata insopportabile e sempre più difficile da accettare. Un destino, appunto. Ma è una storia anche collettiva, di sofferenza e di insoddisfazione, un coro di voci che esprime le difficoltà psicologiche del vivere umano, come un’antologia di Spoon River di discese all’inferno e di risalite, dove ciascuno di noi può specchiarsi e forse trovare anche la speranza e la solidarietà.

Volevo far conoscere finalmente queste persone e come all’inizio mi si presentano. Molte sono passive, scettiche, altre diffidenti, proprio verso quello che sono venute a fare, perfino antipatiche. Altre ancora sono aggressive, oppure fredde, o anche cattive.

Ma tutte mi stanno mostrando la loro confusione, la loro impotenza, la loro disperazione. Io credo che nessuno, se ha la pazienza per ascoltare, possa restare indifferente, e infatti quelle persone, tutte, immancabilmente, finiscono per diventare straordinarie ai miei occhi.

Era questa trasformazione che desideravo comunicare. La loro umanità, la loro storia, il loro annaspare per difendersi da un destino infelice e prepotente con quei poveri mezzi, scadenti e grezzi, che quello stesso destino gli aveva messo a disposizione, nell’infanzia.

Volevo mostrare e, se possibile, far sentire cosa c’è dietro la facciata di un comportamento autodistruttivo, cos’è nascosto dentro un viso indifferente o flaccido, o minaccioso.

Qualche volta penso ingenuamente a quale rivoluzione parteciperemmo se potessimo, incontrandoci, vedere scorrere come in uno schermo le nostre vite, reciprocamente, l’uno la storia dell’altro. Se potessimo buttare solo un’occhiata a quel bambino che pian piano cresceva, nella sua famiglia, con i suoi problemi, le sue frustrazioni, i suoi drammi.

Quanta aggressività e quanta diffidenza ci eviteremmo se ci vedessimo veramente. Chissà se si ricostruirebbe quello spirito di gruppo, di identità di specie, che certamente i primi esseri umani dovevano avere, all’origine, quando ancora erano pochi in un branco a crescere insieme? E’ così evidente come ciascuno di noi è capace di comprensione e perdono per coloro alla cui vita ha in varia misura partecipato, di loro accettiamo quasi tutto e siamo proprio bravi, allora, ad accogliere e a capire.

Il mio desiderio era quello di far sapere quali incontri si fanno durante una psicoterapia individuale o di gruppo, cosa c’è dietro o, per meglio dire, dentro l’immagine esteriore. Volevo farlo sapere soprattutto a coloro che mai penserebbero di intraprendere una psicoterapia.

A coloro che hanno assorbito anni di cattiva informazione o di generiche allusioni a terapie forse anche scadenti, a coloro che pensano con terrore allo strizzacervelli o alle analisi interminabili, a coloro che hanno sentito parole vuote e discorsi oscuri, che pensano alla psicoterapia come ad un’occupazione per ricchi annoiati o in cerca di risposte alle loro cosiddette “ crisi esistenziali “.

A coloro che vanno da maghi, cartomanti, astrologi e fattucchiere perché loro, loro sì, parlano la stessa lingua e si fanno capire. Spero solo di essere riuscito a rendere veramente la concretezza e in un certo senso anche la semplicità di quanto accade. Mi è spesso proprio fastidioso pensare quante persone abbiano imparato a convivere con le loro depressioni e le loro fobie, senza avere nemmeno le informazioni per ipotizzare un possibile cambiamento.

Questo libro è dunque un tentativo di far conoscere quello che succede veramente nelle nostre stanze, di uscire dal modello un po’ freddo dei resoconti su casi di studio ed entrare nell’area del “ documentario “. Ho raccolto le voci di alcuni miei pazienti senza cambiare niente se non gli elementi che potevano renderli identificabili, ho mantenuto rigorosamente il loro linguaggio, le loro cadenze, le loro espressioni, sperando si sentisse anche nella scrittura il colore emotivo, il contatto con il cuore che ci stava caratterizzando. Anche il ritmo degli incontri è stato mantenuto, ogni frammento è infatti la trascrizione di un segmento di un’unica seduta e va a ricreare, progressivamente, l’itinerario più o meno lungo della terapia effettuata.

Ho ricopiato i frammenti dagli appunti che prendevo dopo i colloqui o da qualche seduta registrata e poi ho scelto e, purtroppo, selezionato. E so bene quanto è andato perso. Ho voluto scegliere pazienti molto diversi fra loro e anche situazioni piuttosto diverse, proprio perché volevo dare un’idea il più possibile completa e onesta di quello che succede. Ho selezionato terapie lunghe e complesse, oppure brevi e focalizzate ad un tema specifico, ho inserito dei primi colloqui e delle lettere d’addio, lavori conclusi o anche interrotti e forse, chissà, non proprio riusciti.

Il cruccio è quello di non aver potuto rendere conto, se non in piccola parte, delle terapie di gruppo e dei gruppi intensivi, ma trascrivere quelli è veramente impossibile con i miei mezzi. Ed è un peccato perché nei gruppi, ancor più che nelle terapie individuali, si ricrea la vita di relazione vibrante e profonda, si va alla radice delle emozioni umane, si rivivono le paure e i dolori rimasti coperti, sopiti e dimenticati, quei dolori stessi che hanno indotto come legittima difesa i comportamenti di oggi e di allora.

Ma anche nei racconti qui riportati mi sembrano ben visibili la freddezza, la paura, l’aggressività, l’angoscia, la cattiveria, l’asocialità, il vuoto, e poi ancora la rinuncia a vivere, lo schifo, la dipendenza, la compiacenza, l’ossessività, l’ansia, tutto il campionario delle “sofferenze della mente “ mobilitate a difendere quel bambino che eravamo dal sospetto terribile, nascosto chissà dove, là infondo: è colpa mia? Sono io, ed ero io anche allora, a non essere degno d’amore?

Pur considerando la notevole varietà di metodologie fra le diverse scuole, in terapia si finisce per ricreare l’ambiente che tutti avremmo desiderato, accogliente e fiducioso, dove si possono mostrare debolezze e miserie, raccontare fantasie e verità, ma anche esprimere e fare ciò che non si è potuto, né allora, né mai.

Il luogo dove risperimentare e poi riprendere la fiducia e l’amore per sè e per gli altri. Ecco, anche questo spero si senta in questi racconti : l’accoglimento e la vicinanza. E poi la gioia, la soddisfazione e soprattutto la speranza che si può sbloccare, prima o poi, fra i binari, qualche scambio arrugginito.

Uno scambio che possa permettere una nuova direzione, o un rallentamento, o una sosta magari, oppure anche solo un piccolo tratto attraverso un paesaggio più rilassante.

E così poter risentire, finalmente, il fischio della propria locomotiva, che, di nuovo, allegramente, tira.