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Una post fazione per il libro di Marco Tirelli su fede e analisi transazionale: “OVER FLY ZONE”

Centro Studi Tindari Patti editore

Il punto di vista di un “diversamente credente”
di Giorgio Piccinino, gennaio 2013

Forse è stato veramente Dio a creare l’essere umano e prima ancora tutto l’universo, non so, ma non mi sembra proprio giusto definire NON credente chi crede ad altro.

Sono “credente” anch’io, insomma, solo che credo in una genesi diversa da quella cristiana, e anche diversa da quella induista o islamica, e anche diversa da chissà quante altre.

Mi sento di dire che credo in un Dio che è dentro di noi, en theos, dicevano i greci, che è entusiasmo, vitalità, come in tutti gli esseri viventi. Credo in una Natura in costante evoluzione nata chissà dove e chissà come, credo in un Essere umano figlio di una grande corsa di tutto il “creato” di cui è, evidentemente, diventato principe e ora, da qualche anno, principale responsabile. Nel bene e nel male. Ma non certo nemmeno lui il Re.

Solo una visione superba e autocentrica può dividere gli uomini in credenti e non credenti in qualcosa. Io credo in tante cose, per esempio, come accennavo, alla natura mite e altruista dell’essere umano.

Credo che se c’è un Dio non parla certo attraverso gli uomini, ma solo attraverso la sua opera creativa. Diciamo che non credo ai sacerdoti di alcuna religione quando ci raccontano di aver letto o scritto la parola di un Dio, e di esserne gli interpreti. Non credo ai portavoce.

Così vorrei che queste brevi note venissero lette come il punto di vista di chi si occupa di aiutare le persone in difficoltà e sofferenza con un quadro di riferimento che prescinde da un “logos” rivelato e, mi si permetta, ampiamente “riarrangiato” da comuni esseri umani, non molto diversi da me. La premessa mi è indispensabile per affermare che è proprio il “credere”, il ritenere, o sarebbe meglio dire il “pensare trascendente” (la spiritualità insomma) a essere una dimensione irrinunciabile della natura umana e, se vogliamo, proprio espressione della volontà di Dio.

Dunque anche il mio “pensare” dubitante e dunque diverso e da quello della chiesa Cattolica è facoltà e possibilità che, se esistesse, verrebbe direttamente da Dio. Le religioni monoteiste si devono accontentare, e non è qui detto in modo riduttivo, di esser un’espressione millenaria, e quindi piuttosto recente, di questa straordinaria facoltà del credere che preesisteva già da molto più tempo.

Una facoltà, del resto, troppo importante per relegarla, come hanno fatto molti atei convinti, e a loro volta superbi, a una debolezza del genere umano. No, il “credere”, l’interrogarsi, non è una debolezza, al contrario è una delle forze essenziali di quell’essere vivente diventato in milioni di anni un essere umano. E’ anche grazie anche al suo congetturare, al riflettere su se stesso e il proprio senso nella vita che l’Homo sapiens è diventato principe del “creato”.

Così questo credere nel Dio di Israele, nel Cristo di Nazareth, ha il valore immenso, così come per tanti altri credi, dell’interrogarsi su “che ci faccio qui?”.

Una domanda, che ci poniamo tutti cattolici e non, che invoca una risposta risolutiva per la vita attuale di ognuno. Una risposta che, seppure temporanea, definisce gli scopi della vita e gli atti necessari, giorno per giorno, per raggiungerli. Ci dà la motivazione e la direzione insomma e anche un’identità. Purtroppo il limite delle religioni è quello, più o meno dichiarato apertamente, di dare una risposta esclusivamente all’interno del proprio credo dogmatico e del proprio sistema di valori. E invece questa è una domanda universale che questo libro dialogante invita a fare a tutti e per tutti, partendo da una riflessione sulla formazione della personalità da un punto di vista psicologico.

Come sono cresciuto mi va bene? Sto realizzando ciò che desidero essere? Che senso sto dando alla mia esistenza? In senso finalistico, perché vivo? A quale scopo?

Anche i bambini si fanno queste domande, anche prima di essere inseriti in un sistema religioso, solo che non possono ancora avere la capacità di riflettere coniugando la propria identità, non ancora definita compiutamente ed espressa, con gli obiettivi di vita che possono valere la pena di voler conseguire. Del resto è proprio questa una delle tragedie, o delle commedie, anche buffe, del genere umano: ritrovarsi formati da altri, impersonare un copione, interpretare un personaggio prima di averlo scelto e prima di poter decidere dove andare e perché.

Ma ecco una delle straordinarie evoluzioni del genere umano metterci a disposizione, chi più e chi meno perché anche questo dipende da chi ci ha formati, la facoltà del credere, del riflettere e ipotizzare, del ragionare su di sé, sul senso della vita. Ecco cosa ci dovrebbe insegnare una religione: a porre la domanda fondamentale. “che essere umano voglio essere? Che ne farò di me? Che farò del dono che sono al genere umano?

Raimon Panikkar ci ha insegnato, cito a memoria: “Non è la vita a essere donata a noi, la vita esisteva prima di noi e continuerà ad esistere dopo di noi, siamo Noi il dono donato alla vita”. Ma Raimon Panikkar era un teologo che rifletteva in termini interreligiosi, che sarebbe come a dire in termini spirituali e non confessionali. Mi sembra che questo libro vada proprio nella direzione di aiutare le persone sofferenti a dare un senso alla propria esistenza ritrovando in se stesse le risorse perdute, ricostruendo capacità e funzioni, accompagnando in un percorso, che non può essere che personale, per ritrovare lo scopo della propria vita.

Che voglio fare dei talenti che posseggo? Qual è il dono che voglio dare all’evoluzione di questo universo. Piccolo o grande che sia. Se c’è un Dio, Egli ha creato l’uomo, nella sua straordinaria evoluzione, perché portasse avanti l’opera Sua. E se Dio è la Natura stessa la natura infonde a tutti gli esseri viventi l’En Theos, l’entusiasmo per la vita, l’istinto di sopravvivenza, insomma, la pulsione a sopravvivere, a riprodursi, a mantenere la vita, a difenderla. Ecco un primo scopo. Per inciso, agli uomini e alle donne di religione chiederei di non ridurre Dio a una misera riproduzione di se stessi cui rivolgersi per ottenere qualcosa per sé e i propri co-credenti, chiederei di rispettare invece proprio la Sua volontà che ha creato gli esseri umani così come sono, imperfetti, dubbiosi, limitati, e dunque multicredenti e fallaci. Gli esseri umani credono a tutto e al contrario di tutto e credendo in un Dio piuttosto che a un altro, bisogna pur ricordarlo, hanno in Suo nome massacrato e ucciso.

L’essere umano sa essere un pessimo credente, in qualsiasi cosa. Non è essere credenti in un Dio e nelle parole dei suoi “scriba” che avvicina a Dio un essere umano come sembrano indicare molti: “frequenta i sacramenti e sarai salvo”. Vivere in grazia di Dio è vivere grazie a Dio, significa raccogliere il proprio essere stato “creato” in un certo modo e realizzarne l’essenza. Che vuol dire interpretare la volontà di Dio ed essere fino in fondo ciò che Lui ha creato (o favorito che avvenisse) in una evoluzione che è durata almeno qualche milione di anni.

Coraggio uomini e donne di fede cattolica, accogliete un Dio diverso, che ha creato gli esseri umani così come sono adesso molto prima di duemila anni fa. Non è necessario non credere in un Dio, né tanto meno negare l’importanza di Gesù, basta osservarne l’opera “sub specie aeternitatis” ben prima di Cristo e ben oltre i confini di Israele, del Vaticano, del mondo occidentale.

Ben angusto orizzonte è la descrizione biblica dell’essere umano. La scienza che ci racconta oggi cos’è un essere umano ha una Buona novella.

L’essere umano è amore, lo è sempre stato, e se Dio l’ha creato, l’ha creato così: E’ amore per la vita, è amore per gli altri e la natura, è amore di conoscenza, è amore di auto realizzazione dei propri talenti, è amore di comunità umana. Ecco gli altri scopi.

E prima di Cristo! Forse questo è il motivo per cui molti sacerdoti hanno negato Darwin e l’evoluzionismo, volevano mantenere una sciocchezza storica come “senza la parola di Dio, il Cristo incarnato, è il caos”, senza la parola di Cristo, peraltro raccontata da uomini ad altri uomini, non resterebbe che la tendenza al peccato e alla malvagità.

Che piccola idea di Dio è questa, un Dio che dà vita a un essere umano e lo lascia nel peccato per milioni di anni, per poi mandare il Figlio a redimere ciò che Lui stesso avrebbe creato.

Bene lo spiega questo libro: il peccato è un errore di un essere umano incattivito, depresso, mortificato, spaventato. E’ un’azione che non è quasi mai consapevole del suo essere Male. Interrogati i malvagi sempre si dichiarano nel giusto e se uno psichiatra o uno psicoterapeuta ne sonda la personalità sempre ne trova un io deviato e compresso fin dall’infanzia. Come può essere un “peccato mortale” un’azione inconsapevole, appresa nell’infanzia, diventata prassi normale e spesso espressione nevrotica di un disagio che si è incapaci di riconoscere prima ancora che modificare.

Si chiede e ci chiede l’autore “allora dove sta il peccato, in ogni uomo che non conosce e non sperimenta una vera e libera libertà?”. C’è una buona novella per gli uomini e le donne di fede: l’essere umano è stato creato buono e la sua pulsione amorosa è lo strumento donato da Dio per aiutarlo a sopravvivere “in comunione” e solidarietà, dato che inerme e senza programmi istintivi prefissati com’è, sarà sempre dubbioso, incerto, cagionevole e per di più cosciente di dover morire.

Gli esseri umani si amano l’un l’altro non per obbedienza a Cristo, si amano per Natura, Cristo può averlo riaffermato e posto al centro ideale del nostro agire cristiano, ma gli esseri umani si amano perché milioni di anni fa hanno saputo fare gruppo, proteggere i propri piccoli, i propri coniugi, i propri genitori e, naturalmente i propri compagni di comunità. E’ la pulsione di co–appartenenza, l’offerta di sé come compagni di strada e di vita, è la necessità irrinunciabile di una relazione che ci finisce di crescere nel corpo e nella mente, da bambini e da adulti. Senza relazioni affettive gli esseri umani non esistono e sanno benissimo, fin dalla nascita, realizzarle, se, naturalmente la propensione viene accolta e rinforzata.

I peccati (in senso cattolico, ma anche prima in quanto atti contro la sopravvivenza del gruppo e della tribù) non sono che devianze da un percorso sano, felice e produttivo che diventano comportamenti antisociali, distruttivi, nemici verso i propri simili.

L’amore co-specifico è l’offerta di sé al mondo, è il sorriso del neonato alla madre, è lo sguardo d’amore incondizionato della madre che lo accoglie e contraccambia affermando con ogni suo gesto” Sì accolgo il tuo amore e lo rinforzo perché tu ne possa fare offerta per sempre.”. La scienza ormai lo sta confermando, c’è una natura umana universale, comune in tutte le latitudini, e non ha duemila anni, ne ha molti di più. Nella nostra evoluzione possiamo parlare di nascita del pensiero riflessivo, della differenziazione, dell’individuazione, fra i 150.000 e i 50.000 anni fa, è da allora che un essere umano, pur in mezzo a mille contraddizioni, errori e violenze, desidera essere se stesso, sceglie il proprio comportamento, utilizza il libero arbitrio. In sostanza è da allora che non è più del tutto (del tutto) l’esito di comportamenti istintivi predeterminati, non è più animale. E perfino anche da prima era un animale sociale rispettoso e mite con i propri simili e violento e aggressivo solo quando si trovava in pericolo per la sopravvivenza. Così siamo diventati esseri umani e così nasciamo tutt’ora grazie a una relazione di reciproco amore offerto fra madre e neonato.

Forse fra un po’ non si dirà più che è stato l’homo sapiens a diventare principe dell’universo ma l’homo amans, sarebbe bellissimo superare finalmente il “cogito ero sum” per un più fondativo, ancestrale, primordiale e felice “amo ergo sum”. Nasciamo in un certo sensi perfetti (e se è stato Dio non poteva che farci così) per le nostre potenzialità, spinti a crescere ed evolvere nel tempo, come facciamo tutt’ora, pronti ad evolvere il nostro amore, pronti ad utilizzare la nostra vitalità, e continuare l’opera Sua o della Natura. Certo siamo allo stesso tempo in balia della nostra limitata cultura, della nostra limitata scienza, della nostra dubbiosa consapevolezza di noi stessi e della nostra umanissima religiosità piena di inferni purgatori e paradisi. Eppure siamo vissuti ed evoluti, proprio grazie a quella natura.

Lo scopo è dunque per ognuno, di qualsiasi credenza, realizzare la propria essenza trovando gli strumenti più adatti e facendone Cultura: sopravvivere e difendere la vita, amare e creare appartenenza, apprendere ed evolvere le conoscenze, realizzare la propria unicità, in una parola partecipare alla creazione, co-creare (ancora Panikkar). Ciascuno con i propri piccoli o grandi obiettivi, ciascuno con i propri piccoli o grandi talenti che, nascendo in un certo luogo e accolto in un certo modo, si è ritrovato ad avere. Ma anche con la capacità Adulta di domandarsi spesso: “sto andando bene così per realizzare i miei talenti?” Questo è lo scopo!

Eccola la buona novella: nasciamo con pulsioni universali, stabilizzate ormai da migliaia di anni, anche se non necessariamente per sempre: la pulsione alla vita, la pulsione all’amore, la pulsione a differenziarci l’un l’altro e realizzare la nostra unicità, la pulsione ad evolvere e conoscere. Credo che in questo libro ci sia un invito a non confidare più nel perdono, nella preghiera, nella salvezza nella vita eterna, credo che ci inviti tutti (e forse soprattutto i sacerdoti) a guardare la nostra vita, ad analizzare il nostro Copione, per usare la terminologia dell’Analisi Transazionale, fin qui scritto sulla nostra pelle, e riflettere su come orientare la nostra esistenza, ci inviti a prendere la responsabilità della nostra parte di creazione, che concerne prima di tutto la nostra stessa vita.

La psicologia, da sempre poco ben vista dalla chiesa cattolica, come se fosse in competizione con la confessione, è conoscenza, e, in questo senso, a sua volta espressione di quella pulsione innata ad evolvere e imparare. E’ lo strumento della consapevolezza e del cambiamento per ciascuno di noi, uno strumento per riflettere sul significato della nostra vita e per modificare la tendenza al “peccato” quando le nostre strade si sono perdute nella giungla dei messaggi del mondo.

L’ingordigia, l’egoismo, la distruttività, la predazione, lo sfruttamento, il furto, la violenza, eccoli i “peccati” e sono tutti devianze dall’essenza innata di ogni essere umano, creato puro e innocente, e, diventato in-sano e in-felice perché male accolto da una Cultura che fa una grande fatica a realizzare pienamente ciò che la Natura (o Dio) ha predisposto. E come si curano questi “peccati” ? L’accoglienza e il perdono non bastano, anzi a volte, non responsabilizzando al cambiamento, lasciano continuare così, incistando lo stesso comportamento deviante che si vorrebbe “salvare” a futura memoria redentiva.

E’ qui, insomma, il problema dei religiosi, accettano la devianza, il peccato, purchè si faccia professione di fede e azione di preghiera per ritrovare la purezza e l’innocenza dopo la morte, fra le braccia amorevoli del Salvatore. La Buona novella è che gli esseri umani hanno gli strumenti per “guarire dal peccato” (che è devianza dalla realizzazione delle potenzialità di un essere umano, devianza dalla sua natura pura e incontaminata) per trovare un po’ di paradiso qui nella terra, per ritrovare qui e ora la propria essenza primordiale (e divina, se crediamo in Dio) amorevole, riflessiva, evolutiva.

La stessa che quando, anche ogni giorno, si realizza ci fornisce serenità e felicità. Perché negarlo? Anche su questa terra. Non basta affidarsi alla misericordia di Dio, distogliendo gli uomini dalla responsabilità.

Che peccato, appunto, aver così poca fiducia nelle possibilità degli uomini. La confessione e la fede non risolvono una propensione copionale reiterata negli anni alla “devianza”. Serve conoscenza, consapevolezza, ascolto e cura, metodo e tecnica, scienza insomma, e fatta anche bene da chi, avendo fede nell’OKness di ognuno, è in grado di aiutare a ritrovare la strada prevista, per quell’essere, il giorno del suo “concepimento” come dono alla vita. Non siamo peccatori, il peccato originale è un’invenzione tardiva, del IV° secolo, noi non siamo propensi al male, Lucifero portava la luce, poi è caduto, ma in principio è la gioia, è l’amore, è la voglia di conoscere e creare.

Gli esseri umani sono sacri, perché se un Dio li ha creati li ha creati perché della terra e di se stessi non ne facessero scempio bensì bellezza e divenire. Perché “In principio era la gioia”, parafrasando il titolo del bellissimo libro di Mattew Fox

In questo libro è scritto: “ … Noi non siamo semplicemente dei gettati verso la morte, ma dei chiamati ad un “oltre”, alla Vita. Se cresce in noi la domanda di senso, non siamo ancora morti del tutto, ma dei pellegrini in cammino, itineranti verso una meta più grande”. E poi citando B.Forte, Ho cercato e ho trovato, Ed. S. Paolo, 2005, p.8: “Se guardiamo negli occhi la morte, allora si compie il miracolo: vivere non sarà più soltanto un imparare a morire, ma sarà un lottare per dare senso alla vita. Dove nasce la domanda, dove l’uomo non si arrende di fronte al destino della necessità e quindi della morte che vince col suo silenzio tutte le cose, lì si rivela la dignità della vita, il senso e la bellezza dell’esistere.”

Coraggio uomini e donne che credete in Dio, siate ottimisti, forse è ora di credere anche un po’ di più alle possibilità di gioia e benessere per questo piccolo uomo, già qui su questa terra! Confidare nell’al di là passivizza e invita a sopportare, e sopportare fa molto male.

"la differenza da marcare non è tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell'orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio e di nostalgia al pensiero dell'ultimo orizzonte e dell'ultima patria"


(Il dialogo con i non credenti. Fondamenti teologico-pastorali) Carlo Maria Martini.